Diario di bordo: di una crociera in Norvegia (I)...
Diario di bordo.
Giusto in caso, se ce ne fosse bisogno… Da quanto tempo non andiamo in viaggio? Neanche troppo, forse qualche mese. Da quanto non usciamo dall’Italia? Autunno 2025, Belgio. Primavera 2025, Malta. Prima di allora, la Francia. Viaggiare con un bambino al seguito cambia un po’ le cose, bisogna riadattare, ripensare, riorganizzare. Ma sempre di viaggio si tratta, linfa vitale, ancora di salvezza, il modo migliore che conosco per conoscere, apprendere, crescere.
Crociera. Non ci sono mai andato, né mi era sfiorata l’idea di andarci. Con un figlio piccolo e un’altra in arrivo prendi in considerazione aspetti di vita (e forme di viaggio) prima pressoché alieni. Una crociera perché no. Ma no, non in zone già battute o conosciute, come le grandi città o le mete turistiche del Mare nostrum, bensì terre lontane rese appetitose dalle serie tv del nordic noir, oltre che da decenni di letture e documentari su vichinghi e mari ghiacciati: ce ne andiamo in crociera per i fiori della Norvegia!
Giorno uno. Alzataccia delle 3.45 di notte, dopo un matrimonio (il quarto di cinque per questa estate) terminato non tante ore prima. Caricare l’automobile di bagagli e persone e si parte, prima meta Monaco di Baviera, attraverso l’autostrada adriatica, poi l’A1 e infine la Modena – Brennero, dove all’altezza di Mantova incontriamo una grandinata da far accapponare la pelle, con palle di ghiaccio che sembravano voler sfondare macchine e camion, oltre ad uccidere i pochi motociclisti in carreggiata. Passato il Brennero, i simpatici austriaci ti fanno pagare 23 euro di “pecetta” (una sorta di permesso autostradale) a cui aggiungere 12 euro per la strada subito dopo Brennero, un totale di 35 euro per neanche 70 km di pedaggio. Ci avevano avvisati di rispettare i limiti di velocità, solo che è difficile farlo, visto che cambiano in continuazione. E la cosa non muta per le autostrade tedesche, piene di cantieri e rimodulazione del limite di velocità (no, non è vero che non ci sono limiti di velocità in Germania; sì, è vero che le autostrade non si pagano). Insomma, probabilmente avremo preso qualche multa, ma arriviamo sani e salvi a Monaco di Baviera intorno alle 16. Ad ospitarci per la notte una giovane coppia di maceratesi. Un giro al grande e verde parco limitrofo, cenetta tra amici nel locale beer garden a suon di crauti, patate, hot dog e pinte di birra da litro.
Il giorno seguente, dopo una necessaria lunga dormita, riprendiamo l’automobile per dirigerci verso Amburgo, a quasi 800 km da Monaco. Praticamente si tratta di tagliare sfacciatamente la terra tedesca da sud a nord, passando per i vari Länder tedeschi (una sorta di regioni italiane, che però, da buono Stato federale, godono di maggiore autonomia amministrativa). Partiamo alle 9.30 per giungere senza grandi intoppi e giusto un paio di pause alle 19.30. L’ostello prenotato on-line, in un quartiere periferico della grande città sul fiume Elba, ha tutta l’aria di essere un dormitorio per operai dell’est Europa. La stanza a noi assegnata è sporca, con evidenti segnali che probabilmente qualcuno ci stia ancora vivendo. Proviamo a contattare l’amministrazione, ma niente da fare. Su consiglio di un paio di ragazzi presenti nell’ostello, andiamo ad “occupare” un’altra stanza a caso. Questa sembra più pulita e, per lo meno, non è già abitata. Il bagno è in comune ma, per una notte di riposo e il prezzo pagato, il luogo va più che bene. Scendendo per andare a fare cena, un romeno sui cinquant’anni riempie di complimenti nostro figlio e mi invita a bere un bicchiere di pessimo whisky da discount, invito che non avrei rifiutato per nulla al mondo.
Il mattino seguente mi sveglio già riposato alle 6.22. Qualche lettura in attesa che si alzi anche il resto della truppa. Ad Amburgo il cielo è grigio, piove, fanno 15 gradi. Mi ricorda le giornate autunnali in Irlanda. Ma qui siamo a metà luglio. Vengo dai 35-40 gradi marchigiani e so di non potermi lamentare. Rispolvero la felpa, sbrighiamo le pratiche bagno-colazione-vestizione e siamo tutti/e in auto, direzione porto di Amburgo. Il più grande mai visto, un museo a cielo aperto, ponti senza fine, camion con targhe da ogni parte del mondo, montagne di container, navi e crociere, treni e vagoni, camionisti e marinai in labirinti di mostri di ferro, di nebbia e di fumo. La merce cinese che arriva in Europa passa di qui. Qui opera il capitalismo globale.
In attesa di parcheggiare l’auto e salire in nave, scrivo queste righe. Perché ho scelto di tenere un diario di bordo? Non so, forse perché per la prima volta ho deciso di portare il computer portatile con me in viaggio. O, più probabilmente, perché so che avrò tantissime ore di nullafacenza in crociera. Per condividere immagini, informazioni, sensazioni ed emozioni di questa nuova avventura. E poi sì, perché, come sempre, “scrivere ti salva il culo”. Al prossimo post.
p.s. Non entravo in Germania dall’ottobre 2019, gita scolastica. Prima ero passato già qualche altra volta, la prima forse per un capodanno a 18 anni. Battute razziste ne abbiamo? Ne improvviso un paio. La Germania è talmente piena di immigrati, specie dalla Turchia, che si potrebbe oggi definire un tedesco come “un turco che ce l’ha fatta”. Inoltre, ho ripensato spesso ad un commento fatto da un utente internet, letto tempo fa on-line ad un articolo di una testata locale (dal sapore un tantino razzista): “Italia, importi l’Africa, diventi l’Africa”. Ecco, in Germania noti molti immigrati italiani in giro, e con essi buone e cattive abitudini della media italianità: parafrasando il commento di prima, verrebbe da dire “Germania, importi l’Italia, diventi l’Italia”.



















































