Tuesday, July 28, 2026

Diario di bordo: di una crociera in Norvegia (III)...

Diario di bordo

Giorno: sconosciuto. Abbiamo però superato il circolo polare artico. Il comandante ci ha anche fatto ricevere in cabina un certificato che attesta il passaggio. Già. Ma cosa è il circolo polare artico? Copio incollo dalla rete: “è uno dei cinque principali paralleli indicati sulle carte geografiche; è uno dei due circoli polari”. Insomma, una di quelle linee immaginarie e artificiali per dividere porzioni di pianeta Terra. Immaginati tagliato. Il Polo Nord dietro l'angolo. Dentro ci sono parti della Russia settentrionale, isole del Canada, la Groenlandia e la parte più a nord della Scandinavia. Figo. Anche solo per il fatto che da maggio a luglio il sole non sorge e non tramonta mai, è una palla di luce fissa che sta lì in cielo, la notte c’è ma non è buia. Chi ha inventato stelle e pianeti aveva chiaramente assunto acido lisergico. Poi nel resto dell’anno è quasi sempre buio, le ore di luce solare sono pochissime. Bello, per carità. Non credo ci vivrei, io uomo del Mare Mediterraneo. Ad ogni modo…

Sbarchiamo a Leknes, cittadina di 4000 abitanti circa, nelle isole Lofoten. Non c’è un porto per le navi crociere, così ci fanno arrivare a terra tramite le lance di soccorso, quelle per i naufragi. Pensati galeone. Le acque blu scuro, il cielo grigio e nuvoloso, temperatura piacevole, peccato il vento e la pioggia. Percorriamo quattro chilometri a piedi verso il centro cittadino, non c’è molto da vedere in giro, né abbiamo tempo per prendere il trasporto pubblico e gironzolare per queste isole, terre di vichinghi e paesaggi mozzafiato. Le Lofoten sono famose per la millenaria pesca del merluzzo, al quale poi tagliano la testa e lasciano essiccare da febbraio a maggio all’aria aperta, poi in casa per un altro paio di mesi. Salato diventa baccalà, altrimenti si chiama stoccafisso, da secoli esportato in tutto il mondo, in Italia sono famosi quello alla vicentina e all’anconetana. O così mi sembra di ricordare. Ma per noi italiani le Lofoten sono famose anche per il naufragio nel 1432 del mercante veneziano Pietro Querini. Tornando al porto, ne approfitto per bagnare i piedini nelle gelide (non troppo, in realtà) acque del Mare di Norvegia, nella spiaggetta di piccoli sassi e strane alghe nere non lontano da dove hanno parcheggiato la crociera. Pensati sirenetta. O troll.

Altra notte di navigazione, la mattina seguente siamo a Tromsø, città di 80.000 abitanti circa, una delle più grandi della Norvegia e la più a nord tra quelle di grandi dimensioni, considerata (leggo in rete) la “capitale della Lapponia”. I Lapponi sono il popolo dei Sami, quelli con le renne e l’abbigliamento colorato di rosso, blu e giallo, abitanti storici e autoctoni di queste zone del mondo. Tromsø (che si dovrebbe leggere qualcosa come “Trumsa”) ha ogni tipo di servizio che ti aspetti in una grande città, ospedali, università, impianti sportivi. Famosa per la “cattedrale dell’artico”, ha anche un buon numero di musei. Poiché nostro figlio andava correndo e devastando tutto ciò che gli capitava sottomano, purtroppo siamo riusciti a visitare soltanto il museo polare, che ospita oggetti e illustrazioni della vita, della caccia e delle esplorazioni nel profondo nord, partite proprio da Tromsø: insomma, un grande omaggio a personaggi come Roald Engelbregt Gravning Amundsen (1872-1928) o Fridtjof Nansen (1861-1930). Per l’inverno voglio i baffi come quelli di Fridtjof Nansen. E se avrò un cane, lo chiamerò Fridtjof, anche se non so bene come si pronunci. Poi però abbiamo fatto aperitivo al porto con lingua di renna essiccata: una prelibatezza del popolo sami.

Da un paio di giorni, insomma, facciamo 10-12 chilometri a piedi appena riusciamo a sbarcare a terra. Il morale delle truppe è alto, così come il sole nel cielo. Domani arriveremo a Honningsvåg, la città più a nord al mondo per quanto riguarda la terra ferma, a 33 km da Capo Nord. Ma quanto cavolo è lunga la Norvegia?!?, vi starete chiedendo. Me lo chiedo anche io, dopo giorni e giorni di navigazione fissa direzione nord. Non ne ho idea, mi sembra sui 2.500-3000 km. Più del doppio della lunghezza dello Stivale. Al prossimo post.

Sunday, July 26, 2026

Diario di bordo: di una crociera in Norvegia (II)...

Diario di bordo.

Giorno sconosciuto. Da qualche dì siamo in alto mare. Però abbiamo già fatto uno scalo in terra norvegese. Della vita in crociera scriverò con calma, magari verso la fine del viaggio, per avere un quadro più completo e meno impulsivo. Quindi, procedendo con ordine…

Da Amburgo, l’immenso colosso di ferro e vetro che conta ben 14 piani si muove lentamente verso nord. Solo per risalire l’estuario del grande fiume Elba ed uscire dalla Germania si impiegano ore. Verso nord. Già, perché, per chi non lo sapesse, “Norvegia” o “Norway” o “Norge” significano “la via verso nord”. Ce lo ha spiegato in crociera una tale Alessandra, che di mestiere credo faccia il mio stesso, quello di insegnante. Alessandra tiene degli incontri informativi nel grande teatro della nave, una sorta di lezioni aperte a tutto il pubblico, dove parla, in maniera chiara ed organizzata, di informazioni base e curiosità sul paese scandinavo. Le sue descrizioni dello “Skrik” (“L’urlo”) di Edvard Munch mi hanno riportato alle commissioni in Esame di maturità. Questo post è dedicato a chi, almeno una volta nella vita, si sia sentito come Munch su quel ca..o di ponte di legno ad Oslo sul finire dell’800.

Dopo circa un giorno e mezzo di navigazione in alto mare (il Mare del Nord! A chi, come me, è abituato al Mare Mediterraneo troverà tutto questo in qualche modo esotico, romantico, impervio e profondamente misterioso), vediamo la nave “entrare” tra due lontani lembi di terra, fatti di isole e montagne più o meno alte. Ore dopo, eccoci attraccare nel porto di Måløy. La “a” col pallino sopra si legge “o”, è sempre Alessandra a dircelo. In “Oslo”, invece, le “o” si leggono una sorta di “u”. Benvenuti nel tipico paesaggio norvegese. Cioè montagna marrone e verde a strapiombo sul mare nero-blu scuro, con casette bianche a punta e fabbriche di lavorazione del pesce lungo la costa. Suggestivo non direi, forse da cartolina. Sono comunque emozionato, e non credo di essere l’unico. Corro sul ponte esterno, come molti altri. In primis nostro figlio, che sfida i 12 gradi con una tuta di pile blu, un cappello da lappone e un sorriso che conosco bene. Il cielo è nuvoloso, qualche goccia di pioggia, ma c’è luce e molto, molto silenzio. Abbigliamento Fantozzi: scarponi da trekking, pantaloni neri corti con gli strappi dell’età, felpa nera black blok del 2001, giubbetto di pelle acquistato anni fa “dai cinesi”, cuffia corta verde da marinaio pubblicità tonno in olio d’oliva, zaino liceale in spalla, passeggino stracolmo tra le mani: l’avventura nei fiordi norvegesi per noi ha inizio.

Abituato negli anni al turismo nelle commerciali mete di Marocco, Albania o Cina, dove i venditori locali ti assalgono e importunano finché non compri loro qualcosa, qui a colpire (oltre al silenzio) è l’assenza di persone. Non solo venditori, ma persone in generale. Scendiamo in religioso silenzio, per continuare in religioso silenzio lungo le vie della città, accompagnati solo dal forte vento e da qualche bandiera norvegese qua e là. Måløy fa circa 3300 abitanti, ma non vediamo nessuno in giro. Sono le 4 di un venerdì pomeriggio, ma le uniche attività che troviamo aperte sono centri massaggi e alimentari tailandesi. Non scoraggiati, proseguiamo verso il lungo ponte che attraversa questa località, e collega l’isola alla terra ferma. Passa una macchina della polizia. Almeno quella. Poi facciamo ritorno verso il centro cittadino, provando ad avvicinarci all’unica chiesa all’orizzonte. Chiusa anche quella. Vicino ad una sorta di fabbrica per la lavorazione del pesce troviamo una catena di supermercati norvegesi. Entriamo giusto per passare dieci minuti riparati dal vento che infuria. Sapevamo che in Norvegia “costa tutto il doppio”, in realtà alcuni articoli costano come in Italia, altri sono del 20 o 30% più costosi, nulla di irraggiungibile insomma. Di alcolico vendono solo birra (o meglio, solo bevande sotto al 5% di alcool), per vino e superalcolici bisogna andare in negozi specializzati (così come ci aveva sempre detto Alessandra). Forse in Novergia hanno un problema con l'abuso di alcool, non so, chiederò ad Alessandra. Certo il clima ostile e le poche ore di luce che hanno durante l'anno non ti fanno impazzire di gioia e spensieratezza: andando a memoria, sono la Scandinavia e il nord Europa in generale (oltre al Giappone) ad avere i tassi più alti di suicidio. Ma pensiamo alle cose belle: compriamo fette di salame di alce, di renna e di balena. La Norvegia non è un paese per animalisti. Ma può permetterselo, un po’ come l’Islanda o il Giappone. Riprendiamo la strada, umida e bagnata, in direzione della grande nave, tra murales artistici e turisti che sono gli stessi che abbiamo visto in crociera. In serata il viaggio riprende. Destinazione le celebri isole Lofoten, dove arriveremo tra un giorno e mezzo. Al prossimo post.

Wednesday, July 22, 2026

Diario di bordo: di una crociera in Norvegia (I)...

Diario di bordo.

Giusto in caso, se ce ne fosse bisogno… Da quanto tempo non andiamo in viaggio? Neanche troppo, forse qualche mese. Da quanto non usciamo dall’Italia? Autunno 2025, Belgio. Primavera 2025, Malta. Prima di allora, la Francia. Viaggiare con un bambino al seguito cambia un po’ le cose, bisogna riadattare, ripensare, riorganizzare. Ma sempre di viaggio si tratta, linfa vitale, ancora di salvezza, il modo migliore che conosco per conoscere, apprendere, crescere.

Crociera. Non ci sono mai andato, né mi era sfiorata l’idea di andarci. Con un figlio piccolo e un’altra in arrivo prendi in considerazione aspetti di vita (e forme di viaggio) prima pressoché alieni. Una crociera perché no. Ma no, non in zone già battute o conosciute, come le grandi città o le mete turistiche del Mare nostrum, bensì terre lontane rese appetitose dalle serie tv del nordic noir, oltre che da decenni di letture e documentari su vichinghi e mari ghiacciati: ce ne andiamo in crociera per i fiordi della Norvegia!

Giorno uno. Alzataccia delle 3.45 di notte, dopo un matrimonio (il quarto di cinque per questa estate) terminato non tante ore prima. Caricare l’automobile di bagagli e persone e si parte, prima meta Monaco di Baviera, attraverso l’autostrada adriatica, poi l’A1 e infine la Modena – Brennero, dove all’altezza di Mantova incontriamo una grandinata da far accapponare la pelle, con palle di ghiaccio che sembravano voler sfondare macchine e camion, oltre ad uccidere i pochi motociclisti in carreggiata. Passato il Brennero, i simpatici austriaci ti fanno pagare 23 euro di “pecetta” (una sorta di permesso autostradale) a cui aggiungere 12 euro per la strada subito dopo Brennero, un totale di 35 euro per neanche 70 km di pedaggio. Ci avevano avvisati di rispettare i limiti di velocità, solo che è difficile farlo, visto che cambiano in continuazione. E la cosa non muta per le autostrade tedesche, piene di cantieri e rimodulazione del limite di velocità (no, non è vero che non ci sono limiti di velocità in Germania; sì, è vero che le autostrade non si pagano). Insomma, probabilmente avremo preso qualche multa, ma arriviamo sani e salvi a Monaco di Baviera intorno alle 16. Ad ospitarci per la notte una giovane coppia di maceratesi. Un giro al grande e verde parco limitrofo, cenetta tra amici nel locale beer garden a suon di crauti, patate, hot dog e pinte di birra da litro.

Il giorno seguente, dopo una necessaria lunga dormita, riprendiamo l’automobile per dirigerci verso Amburgo, a quasi 800 km da Monaco. Praticamente si tratta di tagliare sfacciatamente la terra tedesca da sud a nord, passando per i vari Länder tedeschi (una sorta di regioni italiane, che però, da buono Stato federale, godono di maggiore autonomia amministrativa). Partiamo alle 9.30 per giungere senza grandi intoppi e giusto un paio di pause alle 19.30. L’ostello prenotato on-line, in un quartiere periferico della grande città sul fiume Elba, ha tutta l’aria di essere un dormitorio per operai dell’est Europa. La stanza a noi assegnata è sporca, con evidenti segnali che probabilmente qualcuno ci stia ancora vivendo. Proviamo a contattare l’amministrazione, ma niente da fare. Su consiglio di un paio di ragazzi presenti nell’ostello, andiamo ad “occupare” un’altra stanza a caso. Questa sembra più pulita e, per lo meno, non è già abitata. Il bagno è in comune ma, per una notte di riposo e il prezzo pagato, il luogo va più che bene. Scendendo per andare a fare cena, un romeno sui cinquant’anni riempie di complimenti nostro figlio e mi invita a bere un bicchiere di pessimo whisky da discount, invito che non avrei rifiutato per nulla al mondo.

Il mattino seguente mi sveglio già riposato alle 6.22. Qualche lettura in attesa che si alzi anche il resto della truppa. Ad Amburgo il cielo è grigio, piove, fanno 15 gradi. Mi ricorda le giornate autunnali in Irlanda. Ma qui siamo a metà luglio. Vengo dai 35-40 gradi marchigiani e so di non potermi lamentare. Rispolvero la felpa, sbrighiamo le pratiche bagno-colazione-vestizione e siamo tutti/e in auto, direzione porto di Amburgo. Il più grande mai visto, un museo a cielo aperto, ponti senza fine, camion con targhe da ogni parte del mondo, montagne di container, navi e crociere, treni e vagoni, camionisti e marinai in labirinti di mostri di ferro, di nebbia e di fumo. La merce cinese che arriva in Europa passa di qui. Qui opera il capitalismo globale.

In attesa di parcheggiare l’auto e salire in nave, scrivo queste righe. Perché ho scelto di tenere un diario di bordo? Non so, forse perché per la prima volta ho deciso di portare il computer portatile con me in viaggio. O, più probabilmente, perché so che avrò tantissime ore di nullafacenza in crociera. Per condividere immagini, informazioni, sensazioni ed emozioni di questa nuova avventura. E poi sì, perché, come sempre, “scrivere ti salva il culo”. Al prossimo post.

p.s. Non entravo in Germania dall’ottobre 2019, gita scolastica. Prima ero passato già qualche altra volta, la prima forse per un capodanno a 18 anni. Battute razziste ne abbiamo? Ne improvviso un paio. La Germania è talmente piena di immigrati, specie dalla Turchia, che si potrebbe oggi definire un tedesco come “un turco che ce l’ha fatta”. Inoltre, ho ripensato spesso ad un commento fatto da un utente internet, letto tempo fa on-line ad un articolo di una testata locale (dal sapore un tantino razzista): “Italia, importi l’Africa, diventi l’Africa”. Ecco, in Germania noti molti immigrati italiani in giro, e con essi buone e cattive abitudini della media italianità: parafrasando il commento di prima, verrebbe da dire “Germania, importi l’Italia, diventi l’Italia”.

Sunday, July 19, 2026

Matrimonio alla basilica di San Venanzio e alla Rocca d'Ajello a Camerino (MC)...

Saturday, July 18, 2026

Fish BBQ...

Friday, July 17, 2026

Letture da portare in viaggio...

Thursday, July 16, 2026

Estate pesce..

Prima del temporale...

Wednesday, July 15, 2026

Campagna, mare & guai...

Monday, July 13, 2026

Vecchie zuppe cinesi fatte in casa...

Sunday, July 12, 2026

Evening BBQ...

Saturday, July 11, 2026

Il castello di Pitino, nel comune di San Severino (MC)...