Saturday, August 22, 2009

Diario di viaggio (XII): ritorno a Gerusalemme e la protesta a Bilin


Passiamo ancora una notte a Betlemme e una giornata con la ormai troppa amica famiglia di Amer. Tra uva, fichi, dolcetti alla cioccolata, te' alla menta e alla salvia, caffe' e narghile', a casa di Amer ci sentiamo a casa nostra e passiamo piacevolissime ore con tutta la baraonda di bambini a disegnare e ballare, poi con i meno giovani della famiglia a parlare di politica e cultura. La nipote di Amer ci fa anche visitare il suo liceo, dove la preside della scuola ci offre te' e cioccolata e ci racconta della scuola in questione. Prima di lasciare Betlemme la famiglia ci invita a tornare per passare con loro le prime due serate di Ramadan, cena e feste. Riusciremo mai a lasciare questa cavolo di Betlemme?!?!


Intanto prendiamo il bus per Gerusalemme. Passiamo la notte dalle famiglie sfrattate che vivono ancora per strada nel quartiere di Sheik Jarrah. Ci sono meno persone e anche meno attivisti internazionali. Ma vedo che il ragazzo arrestato alla manifestazione di qualche giorno e' stato rilasciato e ribecco anche Ivy, la bellissima norvegese. Le famiglie invitano tutti ad un grande banchetto, poi la serata continua con discussioni di politica tra i giovani di vari paesi (anche israeliani). In particolare con una ragazza Ceka, che e' arrivata mesi fa in Palestina, si e' innamorata di un palestinese e vive per strada con la famiglia sfrattata da tre settimane, visto scaduto e soldi finiti; poi uno studente cipriota di nome Cris e infine una marxista palestinese che vive in Israele. Chiara conosce un ragazzo israeliano e viene a sapere per caso che e' il fratello di un suo ex. Piccolo il mondo. Grande Allah e grande l'ulivo sotto al quale, stesi i materassi e le coperte, passiamo la notte in una decina di persone.

Il giorno dopo Ivy e Cris (attivisti di International Solidarity Movement) ci invitano alla manifestazione contro l'occupazione che si organizza ogni venerdi'; loro andranno a quella di Bilin, villaggio a nord di Ramallah, tra monti di pietra e asini, dove la lotta e' piu' acuta, la gente piu' imbestialita e la parola"pacifismo" non molto di moda. Fabio e io seguiamo Ivy e Cris in bus, prima a Ramallah, poi a Bilin. Il villaggio e' piccolo e nel centro di International Solidarity Movement incontro una ventina di attivisti da ogni parte del mondo. Anche una tipa tedesca, amica a Berlino di Fabio. Piccolo davvero il mondo. Dopo poco inizia la protesta: tutti in strada, un centinaio di persone di cui la meta' palestinesi, moltissimi giornalisti e free lancer (con maschera anti-gas), un ragazzo down e due in carrozzina (ragazzi palestinesi di Bilin), cori e slogan in marcia verso le barriere di filo spinato che tagliano la campagna di ulivi. Arrivati vicino al check point dove dietro sono nascosti i soldati israeliani, un gruppetto di ragazzini si rifugia tra gli ulivi e comincia a lanciare pietre con la fionda, il resto dei manifestanti si copre il volto, prepara macchine fotografiche e limoni (contro i gas lacrimogeni). Io e Fabio abbiamo si' e no mutande e ciabatte. Per terra ci sono bossoli di lacrimogeni e un puzzo tremendo di bruciato. E la tomba di un ragazzo palestinese ucciso dai fucili israeliani lo scorso aprile. Arrivati al muro di ferro e filospinato diversi ragazzi e donne palestinesi attaccano cori e sbandierano i colori della Palestina, altri a volto coperto provano a tagliare il fil di ferro. Degenera subito: i soldati israeliani sparano diversi gas lacrimogeni poco sopra a noi, il vento fa il resto. Corron via tutti, tranne i giornalisti con le mashere a gas. Dopo i consueti due minuti di lacrime, sputi, volto rosso, sensazione di soffocamento e malore, il peggio e' passato e torniamo di fronte al muro di ferro. I ragazzini continuano, da veri professionisti, ad armeggiare le fionde contro i soldati israeliani al di la' del filo spinato. Un anziano signore aiuta i manifestanti colpiti da gas lacrimogeni e urticanti con limone e acqua. Ho perso Fabio, che nello scappare tra i campi di rovi e ulivi si e' perso ciabatte e occhiali da sole. Partono sassi anche da dove sono io, ma la dimostrazione e' gia' terminata e i palestinesi invitano a tornare a casa. Un asino con su scritto "Ariel Sharon" e' l'ultima immagine di questa manifestazione che non ho troppo gradito. Sembravano esserci piu' fotografi e coglioni in posa che gente a manifestare il proprio dissenso. I soldati israeliani non li ho neanche visti, ho solo mangiato i loro fetosi gas lacrimogeni. Sotto il sole bastardo delle due di pomeriggio incontro per strada Fabio con i piedi tutti feriti: fermiamo una macchina e ci rincontriamo tutti al centro di International Solidarity Movement per riposarci e avere acqua fredda gratis. Mi raccontano che lo scorso venerdi' (foto dal sito di Anarchists Against the Wall) c'erano piu' manifestanti, piu' lacrimogeni e piu' casino fino a tardi. La maggior parte di questi attivisti resta a Bilin, io con altri torno in bus verso Ramallah e poi verso Gerusalemme, tanto per fare due passi nel bellissimo centro storico della citta'. La sera ancora con le famiglie in strada, ma oramai comincia il Ramadan e han deciso di sbaraccare e non lasciar piu' dormire gente sui marciapiedi. Una free lancer francese ci consiglia di spedire tutte le foto e il materiale filo paestinese per posta prima di metter piede nell'aeroporto di Tel Aviv, onde evitare guai con le guardie israeliane. Passiamo l'ultima notte sui materassi di Sheik Jarrah, ormai gli internazionali a dormire li' si contano sulle dita della mano, piu' che barboni che altro...

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