Friday, August 09, 2019

Viaggio in Colombia (X): ciao Caribe. Ande, stiamo arrivando!


Bene, dove eravamo rimasti? Ah, si', in bus per Cartagena. Strade di fango e lavori in corso, a complicare tutto ci si mette anche la pioggia. Poco male, passo quasi tutte le cinque ore dormendo e ripensando al furto e all'epilogo poliziesco di Tolu'. C'e' qualcosa che non quadra, ma guardiamo oltre.

Stazione dei bus di Cartagena, estrema periferia, dotata di servizi vari e aperta tutta la notte per un ricchissimo via vai di persone, turisti e backpacker inclusi. Ne approfitto per rimettermi in sesto, mangiare zuppe di pesce, riso e fagioli, passare parecchio tempo al bagno, lavarmi, ricaricare la batteria del cellulare e ricaricare forze ed entusiasmo. Appena arriva l'alba, caffe' caribeño e sigaretta, pronto per esplorare Cartagena. Il bus che mi porta in centro e' pieno di studenti e lavoratori. Scendo fuori dalle mura. Ed e' subito emozione. Le prime luci dell'alba, il quartiere coloniale, l'odore di storia tra Corona spagnola e pirati, di marinai e di indigeni, di viaggi senza speranza e navi che salpavano con destinazione oltre oceano. Il romanticismo storico tra le antiche mura della citta'. Prima di Facebook, prima del computer, prima della modernita'. 

Romanticismo a parte, Cartagena (o almeno il suo centro) e' anche la citta' piu' moderna ed europea vista finora. Lo si capisce dai servizi (di trasporto e non solo), dai negozi, dai musei, dalle boutique. Turismo a fottere, certo. Ma una cartolina diversa dalle tante vissute fino adesso. 
Gironzolo aspettando l'apertura dei musei, alle nove di mattina. Avrei tanto voluto visitare il Museo dell'inquisizione (gli spagnoli hanno esportato il meglio dall'Europa), ma purtroppo non esiste piu', rimpiazzato dal museo di storia. Mi butto invece nel Museo navale, che tratta della storia di Cartagena vista dalla prospettiva del mare. Consigliatissimo. Poi al Museo di arte moderna. In Italia la conoscenza di arte colombiana si limita, credo, a Fernando Botero. Invece a me sono piaciute molto le opere di Enrique Grau. 
Infine una passeggiata in uno dei fortini spagnoli rimasti ancora in piedi.

Verso l'ora di pranzo riprendo il bus per la stazione. Mi riposo un po' e mi rinfresco dal caldo asfissiante, per poi prendere un bus per Barranquilla. Arrivo che e' quasi tramontato il sole, esco dalla stazione e prendo una serie di bus che zig-zagando per diversi quartieri cittadini mi portano, finalmente, sotto casa dei miei amici. Ed e' subito festa. 

Il weekend barranquillero passa in fretta tra riposo, la compagnia degli amici e dei loro amici, uscite serali, una cena asiatica, la movida dei bar, le birrette gelate, la salsa (sparata, come sempre, a tutto). 

L'immancabile fascino caribeño, 
la risata afro
e l'espressione di una diva di Hollywood.
Per quanto palese
che sembri uscita da un quadro di Gauguin.

Grazie K. per la chiacchierata alle tre di mattina. E grazie per avermi riportato a casa.

A casa arrivo infatti poco dopo le tre, e con C. e W., zaini in spalla, prendiamo a breve un taxi notturno per l'aeroporto di Barranquilla. Stavolta i controlli sono meno tranquilli e mi sequestrano, oltre all'accendino, anche due confenzioni di repellente anti zanzare amazzoniche. Mannaggia, per una volta che mi ero ricordato di comprare lo spray anti zanzara!

Inizia per me un secondo viaggio. O meglio, una seconda parte del viaggio. Stavolta in compagnia (e che compagnia!). Prima tappa, Santiago de Cali, nella Colombia andina e meridionale. Quasi tre milioni di abitanti, terza citta' dopo Bogota' e Medellin. Prendiamo subito un paio di bus per allontanarci dal trambusto urbano e andarci a rilassare sotto la boscaglia tropicale di un lungo fiume fuori citta'. Rientrando per il pranzo, Cali ci appare subito molto colorata, piena di murales, botteghe di artigiani, quartieri di artisti. La salsa, fissa e continua, sempre sparata a tutto. Siamo nella capitale mondiale della salsa, dopottuto. Nel centro storico anche spazio per mostre d'arte e artisti di strada. Noto in giro anche dei punk, i primi visti in Colombia finora. La birra Poker, la squadra di calcio América de Cali.   
Venendo dai Caraibi, non possiamo non notare il freddo che c'e' qui. Jeans lunghi e felpa per lo meno. Certo, avevamo gia' messo da parte costume da bagno e infradito, ma la sera il freddo si fa sentire comunque.
La stazione dei bus di Cali e' una delle piu' grandi che abbia mai visto, da far concorrenza a quella di Buenos Aires. Compriamo tre biglietti per Pasto, citta' di 400 mila abitanti e capitale della regione del Nariño, nel sud ovest della Colombia. Otto ore (di sonno) piu' tardi ci sveglia un freddo preoccupante, che la bollente brodaglia nera zuccherata che qui chiamano caffe' non ci aiuta a sopportare. Ma la nostra prima tappa e' la Laguna Verde sul vulcano Azufral, quindi prendiamo il primo pulmino per Túquerres, a due ore di strada da qui. Nel bel mezzo delle Ande colombiane, a circa 3100 metri sul livello del mare.

Ande, freddo e guai,
Ande, freddo e guai,
Ande, freddo e guai!  

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