Sunday, August 03, 2014

Diario di viaggio (IV): Sao Paulo e una sua favela

Dopo la Cina e l'India pensavo di stare a posto con i grandi numeri e le immense citta'. Sao Paulo non e' una citta' ma un immenso conglomerato urbano di 20 milioni di abitanti (lo Stato di Sao Paulo fa invece 40 milioni di teste)! Sao Paulo e' la capitale economica del paese, qui si viene per lavorare, far affari e arricchirsi (le solite favole!). Tra i paulisti e i carioca (abitanti di Rio) non corre buon sangue, Rio infatti e' vista come citta' delle bellezze naturali e del divertimento. Un po' come non corre buon sangue tra Milano e Roma o tra Shanghai e Pechino.

Da Santos a Sao Paulo il pullman impiega un'ora di viaggio circa e 7 euro. Ci accompagnano due gentilissimi e giovanissimi cugini di F., mentre io continuo a fare l'anziano del gruppo. Ci chiedono piu' volte cosa desideriamo vedere a Sao Paulo e noi piu' volte non sappiamo cosa rispondere. Alla fine optiamo per:

- mercato municipale, a due piedi dal centro, bella struttura architettonica e clima rilassato ma turistico al suo interno; l'attrazione principale e' il panino con la mortadella, di cui i paulisti vanno molto fieri e noi, da italiani, un po' meno;

- il centro cittadino, con altissimi grattacieli e banche, ma anche palazzoni in disuso, barboni, artisti e un attivo movimento per l'occupazione delle case. Qui mi sono praticamente sentito a Roma;

- il quartiere di Libertade, l'area urbana con la piu' grande concentrazione di giapponesi (o discendenti di immigrati giapponesi) fuori dal Giappone. In effetti l'aria che si respira e' decisamente orientale, cibo compreso e grande presenza anche di cinesi;

- il MASP (museo d'arte di Sao Paulo) che di martedi' e' gratuito e offre una vasta collezione d'arte risorgimentale, moderna e contemporanea europea non indifferente. Siamo usciti dopo oltre due ore sfiniti fisicamente e praticamente in estasi artistica.

A Sao Paulo abbiamo avuto anche l'occasione di rivedere le nostre due amiche maceratesi e altri cugini di varie eta' di F., che a Sao Paulo vivono o lavorano. Ormai ho dato per assodato che i cugini dei miei cugini sono anche miei cugini e ovviamente la serata e' finita per bar a birre e caipirinha fino a tarda notte.

Siamo poi tornati a Sao Paulo un paio di giorni dopo, questa volta con la nostra amica italiana A., per visitare una favela al confine tra la citta' e il comune di Diadema. A. e' infatti una studentessa che ha collaborato e collabora con un'associazione brasiliana che aiuta chi vive nelle favelas costruendo casette per i piu' bisognosi (anziani soprattutto). Decidiamo insieme di fare una visita e incontriamo D., un giovanissimo ragazzo delle favela in questione, studente e lavoratore, molto attivo nel quartiere. Dopo 45 minuti di bus arriviamo in una strada sterrata, circondata da bassi palazzi colorati a meta' e privi di finestre. La situazione non mi sembra cosi' miserabile, soprattutto riportando la memoria ad un'altra baraccopoli che visitai piu' di dieci anni fa nella perifieria di Nairobi: Korogocho. Ma girato l'angolo il paesaggio cambia: decine di baracche fatte di legno e lamiera sono ammassate l'una sull'altra, la strada e' fatta di fango, ai lati scorre un ruscello grigio e maleodorante, la musica e' assordante, c'e' puzza di fumo e i ragazzi ci guardano un po' contriati. Ci sta. Esattamente come ricordo nello slum kenyota. D. ci porta a casa sua, ci fa sedere sul divano, ci mostra la sua stanza e il cane. La madre ci offre subito un piatto a testa di riso, fagioli, carne macinata, un bicchiere di coca e un dessert dolce a basse di miglio. Ci sentiamo un po' dei coglioni a venire a scroccare il pranzo qui, ma so per certo che qui l'ospitalita' conta piu' che nel resto del mondo ricco. Arriva anche il padre, una bambina e svariati gatti a farci compagnia. Il padre si mostra estremamente gentile, ci chiede se vogliamo dormire da loro e che per noi e i nostri amici italiani (!) la porta e' sempre aperta. Andiamo poi a visitare un'anziana signora, qualche baracca piu' in la', una di quelle anziane a cui l'associazione ha costruito la casa. Portiamo con noi una torta comprata prima alla stazione metropolitana e anche qui le persone ci accolgono come meglio non potrebbero: strette di mano, sorrisi, divano, caffe'. La casetta e' carina e ospitale, ha anche un forno a gas per cucinare. Al suo interno troviamo vari ragazzi, tra cui una 18enne che ha il mio stesso nome e in braccio la figlia nata prematura. Mi chiede se ho dei figli, rispondo di no, allora mi fa tenere in braccio la sua piccola. Per alcuni secondi mi estraneo completamente dalla realta', mente e corpo sono attratti dallo sguardo della piccola che ho tra le braccia, una sensazione totalizzante. Poco dopo salutiamo tutti e andiamo a prendere il bus verso Sao Paulo prima e poi verso Santos. D. e' talmente gentile che ci paga anche il biglietto del bus. In effetti nella favela appena visitata le condizioni sono migliori di quelle viste a Nairobi, le casette hanno luce e acqua, vivono stretti ma sembrano tutti molto uniti e solidali, molti hanno un lavoro in citta' di tutto rispetto, dall'insegnante all'informatico, dall'autista al programmatore. Non tutti pero' possono permettersi di pagare gli alti affitti della citta' e cosi' vivono nelle favelas alla periferia della metropoli. La gente e' cortese e gentile anche nel bus e ci aiutano a capire dove uscire, visto che ormai il sole e' calato e c'e' traffico in giro.

Ringraziamo A. per la visita nelle baraccopoli e prendiamo la nostra strada per Sao Paulo.  

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