Wednesday, June 27, 2012

Se hai qualcosa da dire dilla: l’emigrazione.

“Emigrare” sembra essere diventata una parolaccia. Una cosa di cui vergognarsi, una condanna, un bisogno, l’unica soluzione. Immorale, ovviamente.

A me dà il disgusto. La demonizzazione dell’emigrazione mi sembra una gran montatura mediatica. Dei giornali, delle televisioni,dei forum.
A me migrare e viaggiare ha sempre affascinato. Ma sin da piccolo ho notato come in Italia la parola “immigrato” sia stata sinonimo di “deliquente, poveraccio, barbone, sfigato, essere umano di serie C2”. E ora che a emigrare siamo noi trentenni italiani (che non abbiamo la pelle nera e non arriviamo disidradati su un gommone con altre mille persone) ovviamente ci sentiamo quasi in colpa, quasi a compiere un gesto illegittimo, qualcosa di cui vergognarsi, un peccato da redimere.
Andate a cagare! Non capisco proprio cosa ci sia di male. La storia dell’uomo è la storia della migrazione, si emigrava e ci si spostava prima ancora che nascesse l’uomo. Migrano gli uccelli, migrano gli animali, migrano i poveracci e migrano anche i benestanti, spiegatemi cosa ci debba essere di male?!
Certo, la mia visione è viziata, partigiana. Io dieci anni fa ho cominciato a studiare lingue e culture orientali col solo fine di avere la certezza che prima o poi me ne sarei andato dall’Italia, dall’Europa e dall’uomo bianco. Non faccio molto testo, io. Ma ora che emigrare è diventata una moda di cui vergognarsi tra i trentenni italiani, mi sembra davvero assurdo farne un dramma.

Vorrei far notare una cosa: a emigrare dall’Italia oggi sono i giovani insoddisfatti e frustrati per la loro situazione professionale in Italia. Quindi sono in gran parte giovani laureati, svegli, capaci (e delusi e disillusi). Non sono analfabeti morti di fame braccia per l’agricoltura. Non sono come i nostri bisnonni che andavano in Argentina, in Brasile o negli Stati Uniti a lavorare come manovalanza. I giovani di oggi non emigrano su un barcone con una valigia di cartone e mogli e figli sotto braccio. Non è la situazione di migliaia di disperati che fuggono da carestie, guerre e fame. Non è la fame che muove i nostri passi.
L’italiano che oggi ha deciso di prendere il primo volo per “ovunque purché lontano da casa” è una persona ben istruita, informata, con i grilli per la testa. È una persona che non si accontenta, che vuole di più, che sa più o meno come ottenerlo, che non ci mette molto a cambiare posto se non trova quello che voleva. Ha molte pretese, vuole il massimo. La migrazione non è una scelta per la vita, è un esperimento, un tentativo, una variante. Non è una condanna a morte. Provate a paragonarvi a un migrante italiano di cento anni fa: probabilmente analfabeta, puzzolente, con moglie e venti figli al seguito, zero aspettative, solo tanta speranza e San Gennaro a illuminare il cammino. Non sapeva cosa fosse l’America, non sapeva collocarla geograficamente, non sapeva quando avrebbe impiegato per arrivarci, non era sicuro di arrivarci. Non poteva lamentarsi, doveva solo accettare le cose come stavano e sperare di trovare qualcosa di meglio di quello che l’Italia offriva cento anni fa. Se arrivava in terra americana, si rimboccava le maniche e si spaccava la schiena 24 ore al giorno per dieci dollari a settimana, coi quali sfamare la moglie e i figli che nel frattempo erano diventati trenta. Se i figli piangevano botte. Se la moglie parlava botte. Siete voi capaci a paragonarvi a questa gente? Non credo proprio. Noi andiamo in aereo, partiamo con le cuffie alle orecchie, il cellulare in tasca e il computer nello zaino. Abbiamo grana in tasca sufficiente a mantenerci per qualche settimana. Vogliamo tentare la fortuna, ma se la fortuna non ci sorride scatta il dito medio e muoviamo il culo altrove. Non abbiamo ottocento figli da sfamare, non dobbiamo sempre dire “sì”, abbiamo possibilità di scelta, una pancia piena a priori. I disperati di oggi non sono italiani, i disperati arrivano in Italia su un gommone.

L’Italia ha tanti problemi e tante cose per cui vergognarci. Si fa presto a sentire il bisogno di scappare. Eppure non crediate che si viva meglio in Svezia o in Messico o in Iraq. Siamo messi male, ma abbiamo poco da invidiare alla maggior parte dei paesi. Per ogni italiano in fuga, quanti immigrati (africani, asiatici ma anche europei o nordamericani) fanno ingresso nello stivale?!
La migrazione per un trentenne italiano è dettata (come libera scelta) da tutta una serie di fattori che poco hanno a che fare con quelli dei nostri bisnonni o del profugo somalo sbarcato a Lampedusa. Curiosità, voglia di riscatto, senso di avventura, l’erba del vicino che è sempre più verde, una posizione sociale migliore, un salario migliore, il non accettare che sia “tutto qui”, l’essere “più figo” altrove di quanto tu non sia a casa tua... questi sono i fattori che muovono i giovani della mia generazione. È non una tragedia, anzi, è una libera scelta, un privilegio, chissà, forse un motivo di orgoglio. Certo, là fuori (Cina, Canada, Stati Uniti, Norvegia, Brasile, Australia, ecc...) non è che sia tutto rose e fiori, non sempre trovi quelli che speravi di trovare, e poi ti manca la mamma, la torta della nonna, gli amici al bar, il caffé espresso, la domenica allo stadio, la pizza, i paesaggi di casa tua. Che poi se non ti trovi bene puoi sempre alzare il culo e tornare “in patria” o muovere verso nuovi orizzonti. Non vedo tragedie.

Sappiamo che nel mondo di oggi certezze e stabilità non ci sono in Italia e neanche all’estero (pensate all’Argentina o all’Islanda). La certezza di un futuro e di una soddisfazione professionale è roba da anni settanta, io sono nato negli anni ottanta e da sempre per me il modello della casetta con giardino, famigliola felice e cane è stato qualcosa di vecchio, di andato, qualcosa che mi fa tremare disgustato al solo pensiero. Pensare oggi, in era di globalizzazione, di nascere, crescere, studiare, trovare lavoro, mettere su famiglia e morire nello stesso posto è utopia, follia, barbarie.
Insomma, dire quasi provocatoriamente, che la scelta della migrazione per i giovani della mia generazione è oggi una sorta di “moda borghese”, privilegiata, libera. Non fu lo stesso per gli italiani di cento anni fa o gli africani che ancora oggi arrivano sulle coste siciliane.
Smettiamola di farne una tragedia, smettiamola di dire che è una scelta obbligatoria, di pensare che sia l’unica soluzione possibile. Soprattutto smettiamola di vergognarcene o di sentirci in colpa. Tanto l’amaro in bocca resta sia che stai a casa tua che a 10.000 chilometri da essa.
Allegria.

6 Comments:

At 2:20 PM, Blogger Masa said...

Grande, finalmente! Ultimamente leggo due scuola di pensiero che si fanno la guerra: chi resta e chi parte. La verita' cosi ovvia per te, e anche per me, che migrare esplorare e fare cose nuove è normale, anzi un'esigenza, per altri è un paradosso, una scusa per non responsabilizzarsi o di cui vergognarsi (?!) Il mondo è bello perchè è vario, però non si scappa dall'abitudine ne in Italia ne all'estero. Non si scappa da se stessi, dalle cose fatte o mai fatte.

"Non mi manca niente. Non ho niente"

 
At 1:17 AM, Anonymous Anonymous said...

"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti"....

 
At 10:23 AM, Anonymous Pietro said...

Non si tratta solo di una moda borghese, però. Conosco più di una persona, tra cui probabilmente anche io, con una sorta di necessità-capriccio di andare il più lontano possibile da casa: il problema non è l'Italia che, pur con i numerosi problemi, rimane comunque un ottimo posto in cui vivere(certo, prima devi trovare un lavoro...); il problema sono gli italiani, la mentalità, questo è un paese di vecchi dove non c'è posto per chi ha voglia di fare e mettersi in gioco, per chi sogna l'emancipazione e non vuole vivere con mamma e papà fino ai quarant'anni. Io non vivo in una città grandissima, sto nel Sud dei terroni, qui di ragazzi che si sentono "paralizzati" - alla Gente di Dublino di J. Joyce - ce ne stanno parecchi, ragazzi che stanno male, che vedono impossibile realizzare i loro sogni e si ritrovano a vivere in mezzo a ventenni con la mentalità di un pensionato. E allora sognano l'Inghilterra, l'America, l'Australia, o l'Asia; e andarsene ha una funzione terapeutica.

 
At 12:40 PM, Blogger Massaccesi Daniele said...

caro pietro, "moda borghese" lo dico nel contesto del paragone giovane migrante di oggi/giovane migrante di cento anni fa, per tutte le differenze che esistevano fra gli italiani di oggi e quelli di inizio novecento.

io, da marchigiano, sono terrone per i polentoni, e polentone per i terroni. un disastro. ma come te e tanti altri giovani del nord, del centro e del sud, sento da tanti anni quella sorta di necessita'/capriccio di andarmene il piu' lontano possibile. pero' non la vedo ne' come una reale e oggettiva necessita' di fuga per la sopravvivenza (a differenza di cui fugge, ad esempio, da una guerra) ne' come un semplice capriccio o privilegio... non ci vedo nulla di male, mi sento fortunato ad avere la possibilita' di potermene andare, sognavo anche io londra, berlino, new york, pechino, poi una volta che ci vai capisci che dopotutto non e' poi tanto male casa tua, ma non per questo rinunci a gironzolare, vagare, provare, sognare, spaccare.

viaggio e scrittura li uso quasi solo in funzione terapeutica. a cos'altro servono altrimenti?

italia paesi di/per vecchi? non so, mi pare che anche questo stia diventando un luogo comune... quale sarebbe un paese di/per giovani? il paradiso poteva solo essere socialista, ma la storia ci ha insegnato che il paradiso non esiste.

 
At 8:18 PM, Anonymous Pietro said...

In Regno Unito ci sei te che non sei sicuramente vecchio e insegni all'università, e durante un soggiorno qualche anno fa ho avuto un insegnante di 26 anni, qui dalle mie parti il professore più giovane che abbia mai incontrato aveva già superato i 50. In televisione, se si escludono le varie spogliarelliste(perché è questo che sono - veline e Belen varie), la maggior parte dei volti dello spettacolo sono gli stessi dei miei genitori se non di quelli dei miei nonni, e la rai manda in onda solo programmi cattolici o indirizzati "alle famiglie", mentre ai giovani si relegano i cartoni animati censurati. E mi riferisco alla scuola e alla televisione perché è principalmente da qui che si formano le "menti" degli italiani.

Lungi dal cercare il paradiso, magari un paese "per giovani" non esiste, ma secondo me in italia quello della vecchiaia è un problema culturale.

 
At 10:34 AM, Blogger Giorgio Guzzetta said...

Bello come sfogo... check this out:

Immaginazione, identità e globalizzazione

 

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