Wednesday, September 24, 2008

Risparmiatevelo...

Niente... avrei da leggere abissi interi, da passare una decina di notti sui libri per sentirsi con la coscienza a posto. Invece ho questo fastidio in testa da comunicare, scrivere, condividere. Prima che se ne vada e lasci il posto ad altri fastidi.

Tema:
Sul leggere e lo scrivere in una lingua che non sia la tua. E fronzoli e digressioni connesse.

Svolgimento:
Ho scritto la mia tesi di laurea e quella magistrale basandomi al 90% su materiali scritti in inglese o cinese. Non necessariamente scritti da autori madrelingua inglese o cinese, magari traduzioni. Ma in inglese e cinese. Per questo non mi piacciono particolarmente le mie tesi. E non ho molte speranze di rifarmi con la tesi di dottorato, se mai ne scriverò una. Il punto è che lavorando su materiali scritti in una lingua non tua, spesso il prodotto che ne esce è una rimescolatura di pezzi tradotti da te in italiano. E per quanto magari le conclusioni ci possano anche stare e il risultato piacere a docenti e colleghi, la trama è scialba, tirata, inesorabilmente noiosa.
Per tutto il tempo che ho studiato a Pechino ho letto e scritto in cinese. La forma non sarà mai perfetta, né corretta, né piacevole. Ma mi piace quello che scrivo, anche se gli insegnanti continuano a scuotere la testa. Chiaro. Loro ti insegnano a scrivere. Ma le idee ce le metto io. E a modo mio. Lo scrittore BaJin avrebbe detto "io ho le mie idee e voi le vostre, questa è una cosa che non potrete cambiare mai, neanche se mi ammazzate". Il problema è come riportare ciò che il tuo cervello di lingua italiana e cultura mediterranea produce, in una forma (e contenuto: non sono scindibili, proprio qui sta l'inculata!) che sia lingua altra dalla tua.
Magari voi che studiate all'estero mi capite. Prendiamo l'inglese: non che sia un linguista, ma credo (e credo sia palese) sia diverso leggere un testo scritto da un brittanico, un indiano e un italiano che studia a Londra. Nel primo caso forma e contenuto sono un tutt'uno, il suo inglese tende all'essere perfetto e si associa al contenuto in un qualcosa di inscindibile, come una calamita. Anche se magari il suo testo è una cagata in tutto e per tutto. L'inglese dell'indiano o dell'italiano saranno invece, per quanto buoni e privi di errori di sintassi e lessico ricercato, evidentemente la lingua di uno che usa un idioma non suo per "tradurre" cose che il suo cervello produce. Prendiamo ora il cinese; dal basso della mia esperienza credo di poter dire che il linguaggio usato per scrivere dei testi di materia scientifica, accademica, saggistica etc.. è piuttosto ridondante, semplice, si usano le stesse parole (per quanto il vocabolario cinese sia un pozzo senza fondo alcuno, dove ogni termine è unico sebbene abbia miliardi di sinonimi) per dire gli stessi concetti. Più divertente è il linguaggio giornalistico o quelle delle chat. In nessuno di questi "tipi" di linguaggio io mi muovo bene, sostanzialmente per un problema banale e basilare: io (per quanto ami la Cina, i cinesi, i ravioli cinesi e la grappa cinese) NON sono un cinese.
Tanti anni fa un fratello (non uno dei tanti) mi disse: "Vorrei sapere il francese per leggere Baudelaire e Rimbaud in lingua originale". Io oggi direi piuttosto "Vorrei sapere il francese per andare a letto con le parigine e dopo vent'anni di letture e scritture in francese leggere Baudelaire e Rimbaud in lingua originale".
Un'amica cinese che sta facendo un dottorato in giornalismo a Wuhan, persona che stimo moltissimo, mi ha mandato un suo articolo che ha scritto sulla storia del punk in Cina, facendo un confronto tra il punk di Pechino e quello di Wuhan. L'ho letto e l'ho fatto leggere ad amici cinesi, sentendo i loro commenti. Credo che l'articolo sia molto ben scritto e dia una montagna di informazioni, soprattutto ai cinesi che di queste cose non è che ne sappiano (o che se ne preoccupino) molto. Ma lo trovo sciatto, non stimolante, sembra un compito scritto, non comunica nulla al di fuori delle parole di cui è composto.
La frustrazione ad ogni esame di scrittura cinese con le compagne coreane, ogni volta la stessa scena: la professoressa che legge i compiti dei più meritevoli, io che li ascolto e penso "cosa c'è di bello in queste righe da proporle come esempio alla classe?! La coreana di turno ha scritto in una forma linguistica che la professoressa si aspettava, quello che la professoressa si aspettava che scrivesse. A cosa è servito l'esame?!". La coreana è peggio dei cinesi, impara e copia alla perfezione. Ma quel foglio era meglio se restava bianco secondo me: che cosa ci comunichi?! Cosa dici di nuovo?! Maneggi la penna come un compasso, come dietro le sbarre. La storia del pensiero umano muore fra quelle righe. Cosa hai imparato oggi?! Niente di nuovo. Un altro giorno di vita buttato nel cesso di un karaoke. Con modestia e superbia alcuna parlando. Guarda il mio compito: correzioni in rosso ovunque, gronda di sangue, del mio testo la professoressa parla come spunto per il dibattito orale: se tu coreana buddhista vegana ti innamori di un afgano musulmano con altre tre mogli e decidi di sposarlo, come la metti con la tua coscienza religiosa, nonché etica e civile?! E come la metterai quando il bastone di tuo padre ti spaccherà la testa in due e non avrai più la possibilità di rifletterci sopra!? Certo, scritto in cinese non mi aspetto di prendere un bel voto per questo. Il voto datelo ai politici, a me interessa la risposta della coreana.
Per me un testo deve far bollire il sangue nelle vene. Sempre. Non deve solo "dire", deve "parlare". Che narri o descriva o blateri. Deve "parlare". Comunicare con la violenza delle parole, che altro non sono se non stimoli che dal cervello giungono alle dita e da essere in produzione scritte. Un testo deve essere tuo se lo scrivi tu, non può essere copiato, certo si deve citare e riportare, ma solo col fine di far (ri)vedere in una maniera che risulti in qualche modo originale, nuova, elettrizzante. Si vede da questo che sono nato e cresciuto in Italia e non in Cina?! Che ogni singola ora di lezione, dai piccoli banchi dell'asilo alle grandi aule dell'università il nostro è un sistema che punta a stimolare, conoscere, maneggiare, capire e rielaborare, non assorbire e riproporre così come ci è stato dato, anti-dogmatico (paradossalmente, visto che abbiamo il Vaticano in casa); che ognuno metta del suo nel riproporre quello di cui ci han parlato altri prima di noi. E questo, a mio avviso, lo noti nella produzione scritta più che orale.
Per scrivere in un'altra lingua dovrei passare anni, anzi, decenni a imparare, ascoltare, leggere e scrivere in quella lingua. Non si tratta solo di saperla parlare. Per quanto schifosi siano il mio inglese, spagnolo o cinese sono più che sufficienti per comunicare con persone che non parlano italiano. Ma la produzione scritta è ben altra cosa. Posso dire di trovarmi a mio agio con ogni cosa che sia scritta "in" italiano da "un" italiano: scrivere (in) italiano.
Senza andare a scomodare Wittgenstein o andare a impazzire appresso a sofisticazioni quali "Io sono la lingua che parlo!?" o "Quante lingue posso imparare alla perfezione in una vita, ovvero, quante identità posso essere?", penso che (sebbene abbia studiato il cinese mai come un fine, ma sempre come un mezzo per poter comunicare e provar a "capire" i cinesi e la Cina) la lingua non sia solo uno strumento o una forma. Essa è contenuto. E fare l'interprete è il mestiere più duro del mondo. Nonché il più inutile.

Ecco. Non facevo meglio ad andare a dormire e risparmiare questo lungo e insensato monologo?! Ai posteri, l'ardua sentenza.

1 Comments:

At 9:32 AM, Anonymous Simone said...

Ma anche solo l'idea di tutte le letture fra le righe che ci possono essere... riferimen ti anche inconsci ai tanti significati che hanno sti maledetti morfogrammi, come possiamo pretendere non solo di coglierli, ma di RENDERLI in italiano? Noi usiamo una frase e per quanto suggestiva o ambigua (volutamente) per motivi tecnici non avremo (in media) mai la varieta' e le sfumature di un linguaggio che va avanti a combinazioni di simboli.

 

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