Monday, January 13, 2020

希腊去! Di questi undici giorni in Grecia (II)


È un altro giorno ad Atene. La metropolitana fino al porto del Pireo e un giro fuori dallo stadio dei biancorossi dell’Olympiakos. L’aiuto di un’anziana magrebina alla catena inglese di supermercati. Tanti, tantissimi gli immigrati. Dal Medio oriente, dal Nord Africa, ma anche e soprattutto dal cosiddetto subcontinente indiano. Credo di aver visto più indiani ad Atene che a Bombay. Città multietnica e cosmopolita come poche altre. La città che non ti aspetti. In tanti parlano inglese e lo parlano decisamente bene. Anni luce dalla situazione in Italia. Anche io lo sto dimenticando, l’inglese. Neanche troppo lentamente. Cioè, ancora me la cavo. Giusto quelle venti frasi per scambiare due chiacchiere con un camionista bosniaco in un autogrill ucraino. Peccato. Le sigarette costano pcoo meno che in Italia. Fumano tutti come bestie. Più dei cinesi. Come i turchi, forse. Compro solo quelle greche, tipo le Assos rosse. Poi c’è la birra Alfa, la Mythos, la Vergina, la Pils. Il vino non è gran cosa, per lo meno quello a buon mercato. Invece con l’ouzo (tipico liquore greco all’anice, parente stretto del Varnelli marchigiano), non sai mai come può andare a finire. La pita con souvlaki, cioè una specie di kebab locale. In undici giorni avrò sbranato settantadue insalatone greche. Mi piacciono poco. In serata cenetta di pesce in un ristorantino nella zona centrale di Monastiraki. Cenetta in compagnia di una vecchia compagna di studi degli anni pechinesi e di un ex collega dell’università. Gira, gira, il mondo non è poi così grande.

Nella serata di San Silvestro pizza fatta in casa, per poi assaltare Piazza Sintagma. Marea di persone, dj, musica e colori a sfondare questo nuovo anno. Ce ne siamo andati quasi subito, perché nella calca generale le ragazze si sentivano toccare nelle parti intime da violente mano maschili non meglio identificate. Sexual harassment, si dice in inglese. Lunga passeggiata, scortati dalla birra e da cori al cielo, di nuovo fino ad Exarchia. Persone conosciute per strada fanno destinare i nostri passi in uno squat di musica rock. E giù a pogare fino all’alba. Per fortuna, al risveglio pomeridiano, troviamo una delle coinquiline cucinare riso al curry e lenticchie. Prelibatezze del nuovo anno. La classica giornata passata al divano in buona compagnia, a sorseggiare tè caldo e ascoltare musica non troppo rilassante. Il giorno dopo, finalmente, ce ne andiamo a fare un giro fuori Atene, direzione Nafplio. 20 euro il biglietto andata e ritorno per tre ore di bus. Il paesaggio è quello che ricordavo dal 2001: uliveti, aranceti, limoneti, cani selvaggi, belle chiese ortodosse, castelli. Pietra, soprattutto. I greci non sono solo grandi fumatori ma anche grandi consumatori di caffè. Quel caffè greco che sa di bruciato e ricorda quello turco. Anche qui, nessuna attenzione per l’iper consumo di plastica e la raccolta differenziata. La compagna Greta venga in Grecia e si dedichi finalmente al curling. Nafplio meraviglia di centro storico, rocca sul mare, isolotti, uliveti e cactus, il vecchio centro, le rovine greche. Una fortezza veneziana del XVII secolo.
Il giorno dopo tutti a Delfi. Che forse ci ha deluso un po’: tre ore di bus tra montagne e villaggi innevati, per trovare un cumulo di antiche macerie. Io mi aspettavo i Fori imperiali di Roma, una Pompei greca, il teatro di Siracusa. Invece da ammirare c’è solo il panorama montuoso, il mare a valle e il Museo archeologico. Pazienza. Arturo Benedetti Michelangeli. La Caritas di Udine. Aveva ragione Herbert Marcuse. Più delle Civitanovese odio solo il capitalismo. “Ok, ma cosa vorresti fare nella vita?”, ho chiesto al giovane. “Nella vita spero di non fare niente”. Questi giovani di oggi. Il tramonto dal Lycabeto, tappa obbligatoria. Oltre il romanticismo.

Bene. Ci siamo. Siamo alla partenza, siamo ai saluti. E ai ringraziamenti. Grazie a S. e a M. per avermi sopportato durante tutto il viaggio. Grazie ai coinquilini e alle coinquiline di F. per l’ospitalità, senza dubbio disagiante e prolungata. Ai libri, per avermi aiuto a dissipare le classiche paranoie di un primo gennaio più ostico del solito. A J. per i cori da stadio. A C. per la lunga passeggiata. A M. per aver ballato, sempre. A L. per la scena da film hollywoodiano di fronte al taxi. E a D., soprattutto, per avermi ricordato che vivere non è respirare. Vivere è incendio doloso continuo.
Il bus per Patrasso. A piedi fino al porto. Poi la nave, di nuovo, semi vuota. Il mare più incazzato e il viaggio più lungo. Ed è di nuovo Ancona. I migranti, le famiglie afgane, i controlli, il passaporto. Le colline marchigiane.

- "Progetti per il nuovo anno?" - mi ha chiesto l'oracolo a Delfi.
- "Mollare il posto fisso" - ho pensato.


Felice 2020. Viva l'anarchia! 

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