Wednesday, April 08, 2015

Diario di viaggio (I): "Vuoi pure queste?!", ovvero la Tunisia post-craxiana.

Se Giuseppe Tucci diceva che il Tibet è il paese delle donne dai molti mariti allora devo dire che la Tunisia è il paese delle donne al volante. Il paese arabo meno arabo che abbia visitato. Non moderno e tecnologizzato come gli Emirati Arabi ma di gran lunga più di Marocco, Egitto o Giordania. Per lo meno nella parte centrale e settentrionale, verde di ulivi e alberi da frutto, spiagge dorate e medine (una specie di centro storico con caratteristiche arabesche) incantevoli. Cinque giorni non sono sufficienti neanche a visitare il sottoscala di casa mia, tuttavia il soggiorno tunisino è stato intrigante,  rilassante, più che piacevole. Nonostante un certo fondamentalismo (che a questo punto non so neanche se chiamare più islamico o religioso o cazzoide) voglia allontanare turisti e viaggiatori da quella che fu la terra di Annibale e dei Cartaginesi, nonostante la strage al museo del Bardo di tre settimane fa, nonostante i prezzi non proprio stracciati consiglio a chiunque un bel viaggetto in Tunisia.

Noi l'abbiamo presa di petto, cioè con un volo Ancona-Roma-Tunisi e autotrasporto in un hotel sulla spiaggia fuori Hammamet. Città tristemente famosa per essere stata esilio a cinque stelle per quel politico maiale (ma di maiali al potere in Italia ne abbiamo sempre avuti tanti, perché poi prendersela proprio col povero Bettino!?) di Craxi. L'idea di pisciare sulla sua tomba, devo ammettere, mi ha sfiorato la mente. Accanto al cimitero siamo anche passati. Però non vedo perché rovinarsi così il fegato: conosciamo metodi più divertenti e meno offensivi per gli autoctoni.
Fanculo la politica italiana dunque, nonostante i locali ti associano immediatamente, come italiano, alla mafia e all'ex leader socialista. Italianibravagente, dopotutto. Eh sì, anche qui ci sappiamo far volere bene. Merito anche del ladro di cui sopra. Ma buttiamoci alle spalle il passato. Hammamet dista da Tunisi un'oretta in macchina ed ha un'atmosfera rilassata, specie in bassa stagione. Preziosa la medina, nonostante i commercianti un po' troppo aggressivi (sempre meno di quelli che puoi trovare in certe zone di Instanbul o Pechino). Anche la casba (cittadella fortificata all'interno della medina) merita una visita. In ogni museo in Tunisia si paga, oltre al biglietto di ingresso, la cifra di un dinaro (50 centesimi di euro circa) per il diritto a fare foto. Ci sta.

A spasso per le viuzze di Hammamet, un po' alla larga dagli enormi hotel a cinque stelle e dalle altre "attrazioni" turistiche, mi sono chiesto come mai gli antichi Romani scrivevano "hic sunt leones" sopra le cartine che rappresentavano l'Africa sahariana. Nel deserto ci sono i dromedari, i serpenti, gli scorpioni. Ma i leoni mancano all'appello, che io sappia. Mi tengo il dubbio e mi dirigo a Nabeul, città fondata dai Romani e dalla medina altrettanto piacevole, con un grande mercato il venerdì mattina e il susseguirsi di moschee e minareti. Dista una quindicina di chilometri da Hammamet, direzione nord. Verso sud si trova invece una specie di zoo umano e architettonico: la località di Jasmine, che sconsiglio vivamente a chiunque abbia un minimo di buon senso e disprezzi la commercializzazione delle culture autoctone. L'elefante di cartapesta con l'elmo romano è da infarto.

Non sapevo esistessero treni per il trasporto passeggeri. Comodo e puntuale, ridicolo il prezzo. Ad avere più tempo avremmo azzardato un inter-rail tunisino. Ne approfitto per raccontare un aneddoto, incredibile da italiano perché impossibile il verificarsi di un evento simile in Italia: siamo a Nabeul cercando di prendere al volo un treno per Hammamet; mi fiondo alla biglietteria e faccio "due" con le dita per chiedere due ticket, il tipo oltre lo sportello capisce e mi lascia due pezzi di cartone, gli butto là una ventina di dinari e lui comincia a darmi il resto. Preso dalla fretta arraffo su i soldi e raggiungo di corsa i vagoni: ce l'abbiamo fatta. Conto il resto: il treno ci è costato più o meno come il taxi (circa un dinaro a chilometro). Pazienza, ci sta, e amo viaggiare in treno. Guardo fuori dal finestrino ancora col fiatone quando ti vedo spuntare dalla porta del treno il bigliettaio. Mi guarda e mi dà sulle mano un pezzo di carta da dieci dinari, il resto che non avevo ancora preso. Saluta e se ne va. Oltre al fatto che una corsa in treno non costa proprio nulla, resto comunque scioccato dall'onesta e dallo zelo del signore alla biglietteria, che in qualsiasi altra parte del mondo (ok, diciamo dell'Italia) si sarebbe intascato il denaro dello straniero in viaggio e tanti cazzi a tutti.

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