Monday, January 08, 2018

Strade di Persia: cronaca di un breve soggiorno in Iran (II).


La Repubblica Islamica dell’Iran, dunque. Musulmani sciiti, per la precisione. Radicali fondamentalisti religiosi conservatori agli occhi di un uomo bianco europeo? Difficile dirlo. Di certo l’alcool è vietato e quindi impossibile trovarlo o acquistarlo in giro, se non per vie illegali (un po’ come in Italia procurarsi una dose di eroina). La massima autorità religiosa (e politica) è l’ayatollah. La rivoluzione del 1979 rese famoso nel mondo quello di nome Ruhollah Khomeyni. Oggi al potere c’è la Guida suprema (sic!) Ali Khamenei. I ritratti di questi due sono ovunque nel paese.
Non ho capito se il velo per le donne sia obbligatorio, di fatto lo portano tutte, comprese le turiste straniere. Bisogna però fare una distinzione. Ci sono donne che portano lo chador o una specie di lenzuolo nero che copre interamente la donna, lasciando libero solo il viso dalla bocca alla fronte; poi ci sono donne che indossano un semplice velo in testa, lo lasciano cadere tra capelli e spalle, un po’ come la sciarpetta gli ultras allo stadio. Il muezzin che grida dal minareto cinque volte al giorno che Dio è grande ha sempre un fascino incredibile, tranne forse la mattina alle sei.

Fa piacere notare che la kefiah va ancora di moda. Nera o viola, al collo o in testa, comunque presente. Ma vi starete chiedendo quanto costi la vita in Iran. Mi è difficile dirlo. Innanzitutto perché il cambio è complicatissimo. L’economia iraniana non è che vada proprio a bomba, quindi l’inflazione galoppa e il cambio con l’euro cambia giorno per giorno. Diciamo che più o meno un euro vale 50.000 rial, la moneta ufficiale iraniana. Ma da queste parti la gente chiama la moneta toman, che equivale a 10 rial. Non si dice quindi “50.000 rial” ma “5.000 toman”. Solo che non sempre le persone indicano l’unità di misura, quindi se ti dicono che un tappeto costa “2.000” non sai se si riferiscono a rial, toman o euro. Non so se mi avete seguito, non so se sono stato chiaro. Io c’ho messo sei giorni solo per capire come funziona la moneta e quanto vale rispetto all’euro. Per semplicità, vi comunicherò qualche prezzo in euro. Le corse in taxi non si sa quanto costano, un po’ per cortesia, un po’ per costume culturale: diciamo che si lascia una mancia e basta. Una corsa in città vale 1 o 2 euro. Un caffè in un coffee shop costa 1 o 2 euro. Un pacchetto di sigarette 1 euro. Un litro di benzina 1 euro. Una notte in un hotel né costoso né economico l’abbiamo pagata tra i 10 e i 15 euro. Un pasto completo in un ristorante (spesso turistico) costa tra i 4 e gli 8 euro. Un ingresso in moschea, castello, museo o altro tipo di edificio da visitare sta sui 4 euro. Un biglietto del pullman costa 5 euro per circa 5 ore di tragitto. Un biglietto del treno costa meno, ma le stazioni iraniane sono simili a quelle cinesi: ti controllano i documenti in ingresso, passano i bagagli al metal detector, fanno accedere i passeggeri al binario solo quando lo decide il capo stazione. Ma almeno i treni sono in orario. Puliti, puntuali, romantici: non ci vuole molto per essere meglio di Trenitalia. Devo aggiungere che A. e i suoi amici iraniani non ci han fatto quasi mai mettere mano al portafogli. Hanno infatti quasi sempre pagato anche per noi, per questo motivo non sono molto sicuro dei prezzi in euro che ho indicato sopra. Oltretutto questa è bassa stagione, quindi i prezzi sono ribassati del 30%. Che poi parlare di denari è da sfigati. Il denaro è opera del diavolo. E, ammettiamolo, noi odiamo il capitalismo.

Eccoci quindi a Esfahan (due milioni di abitanti, 450 km a sud di Teheran) per il matrimonio di un’amica di A. Poi un bel giorno arriva il tentativo di colpo di Stato. Eravamo in una sala da tè di un lussuoso hotel nel centro della città. Proprio questa amica di A. è al telefono e ci dice che c’è la rivoluzione in corso. Ce lo dice sorridendo, pensavo scherzasse. Non l’ho presa sul serio, credevo volesse spaventare due ingenui viaggiatori maceratesi completamente disorganizzati. Invece diceva sul serio. Lo capisco perché apro il sito di Repubblica dal cellulare di un ragazzo e anche lì si parlava di disordini e manifestazioni per le strade delle città iraniane. Poco dopo ci alziamo dalla sala da tè e proviamo a tornare in hotel. Il traffico è però paralizzato e i marciapiedi pieni di gente. Impossibile prendere un taxi. Sarà per l’ora di punta, dico fra me. Decidiamo di tornare a piedi. 15 minuti dopo arriviamo in una piazza lungo il fiume che taglia Esfahan. Vedo dei giovani tirar giù cartelloni con i faccioni degli ayatollah. Vedo gente correre, cambiar direzione, andarsene via. E sento quella maledetta puzza di gas lacrimogeni. Sensazione familiare, vecchia conoscenza: Genova 2001 la prima volta, poi innumerevoli altre volte per lo Stivale e non solo, l’ultima a Milano nel 2015. “No, non di nuovo…!”, penso. L’aria era già irrespirabile per lo smog, tante le persone con la mascherina al volto. Avverto quella tensione che si vive in momenti del genere. È ormai buio, gente di ogni età cammina velocemente per i marciapiedi, anche noi proseguiamo per un’altra direzione. Noto i nostri nuovi amici iraniani cambiare espressione, qualcosa tra il preoccupato e lo scocciato. Comprensibile. Chissà se chi comanda manderà i soldati a sparare in piazza. Chissà se i manifestanti attaccheranno i simboli di chi è al potere. Chissà se bloccheranno strade ed aeroporti. Chissà. Intanto, a passo veloce, evitiamo altri disordini e raggiungiamo l’hotel in mezz’ora di marcia. Sigarette e tè zuccherato per sdrammatizzare. Gli amici di A. decidono di tornare a Teheran.

In serata esco a far due passi da solo e mi ritrovo in un quartiere povero di persone, ma ricco di insegne e luci della notte, in un’atmosfera spaziosa e metropolitana che continua a ricordarmi fortemente Pechino.
Domani è un altro giorno. Un altro giorno per viaggiare in Iran.

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